SENTIMENTAL VALUE
In una casa infestata da traumi che non trovano pace, Joachim Trier torna a raccontare la vita disfunzionale nella Norvegia contemporanea. Candidato a 9 Oscar.
Nelle recensioni riguardanti Sentimental Value di Joachim Trier, l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sulla dinamica familiare tra il regista Gustav Borg e le sue due figlie, sullo spazio domestico come contenitore dei traumi e sulla casa come archivio silenzioso di un dolore che attraversa il tempo.
Tutto giusto. Ma forse il film sembra chiedere uno sforzo ulteriore: interrogare non ciò che è visibile, ma ciò che manca. Non ciò che viene detto, ma ciò che non può più essere elaborato e quindi non rappresentato.
Il grande elemento rimosso del film è la madre. Una figura che non compare mai come corpo e che non ha volto né voce. E che tuttavia attraversa l’intera struttura narrativa come elemento fantasmatico di unione in una casa infestata dalla solitudine. O meglio, come ciò che avrebbe potuto garantire una mediazione e che invece è venuto meno.
Una madre, ma soprattutto una psicoterapeuta. Qui Sentimental Value si rivela un‘opera profondamente psicoanalitica, pur senza mai dichiararlo. Non perché mette in scena l’importanza dell’analisi, ma perché mostra le conseguenze della sua assenza.
I ricordi di Gustav riguardo l’incontro con la moglie e quello delle figlie bambine che origliavano attraverso la stufa che collegava la loro cameretta allo studio in cui la madre riceveva i pazienti, costruiscono due immagini paradigmatiche: la psicoterapia come spazio sfruttato o ascoltato ma non abitato, percepito ma mai realmente compreso.
Seguendo questa prospettiva, il cinema di finzione e documentaristico del grande Gustav Borg non è semplicemente la libera espressione artistica di un autore narcisista e di un padre perverso, ma una sostituzione. Se mancano l’ascolto e la comprensione di sé nel mondo, resta il dispositivo cinematografico come luogo in cui i conflitti interiori vengono proiettati anziché attraversati.
È allora perfettamente coerente che anche Nora, figlia attrice, soffra di una paralizzante fobia da palcoscenico. Il teatro, luogo dell’esposizione del corpo e della parola, diventa per lei uno spazio insostenibile. Agnes, al contrario, ha scelto di distanziarsi dall’arte: ferita dall’abbandono del padre poco dopo aver recitato in un suo film da adolescente, si rifugia nella carriera accademica come storica, in un sapere che osserva il passato per comprendere le lacerazioni del presente.
Il trauma del suicidio della nonna completa il quadro: un’eredità del dolore che non viene mai realmente accolta, ma solo interiorizzata, trasfigurata e piegata (per l’ennesima volta) dentro l’arte (nella sceneggiatura scritta da Gustav sulla/per la figlia), senza la catarsi dell’elaborazione.
La scena che forse esplicita meglio la vena psicanalitica di Sentimental Value è quella in cui Gustav regala al nipote due DVD di film-scandalo come Irreversible di Gaspar Noé e The Piano Teacher di Michael Haneke, spiegandogli che lo aiuteranno a capire come funzionano i legami materni. È un momento chiave nascosto in maniera molto intelligente sotto il filtro del sarcasmo cinefilo: l’educazione sentimentale passa ancora una volta attraverso il cinema e viene (inconsciamente o meno) certificata come violenta, traumatica, irrisolta.
In sostanza Sentimental Value non è soltanto un film sui traumi familiari, ma un film sull’incapacità di curarli. E qui Trier inserisce una nota inquietante su un altro livello: tutto questo avviene in un contesto sociale, quello scandinavo, in cui il benessere psicologico, l’equilibrio tra vita e lavoro e l’accesso alla cura sono teoricamente centrali. Proprio per questo, l’assenza dell’analisi nella famiglia Borg non appare come una mancanza individuale, ma come una rimozione collettiva che accusa tutta la casa-Norvegia.
Ma nel finale, una crepa di altro tipo interrompe l’apparente compattezza delle tensioni familiari. È qui che Sentimental Value declina il suo messaggio più fragile e forse più verosimile: non aspirare alla ristrutturazione dei legami, ma alla possibilità di costruirne di nuovi. Superando il risentimento per l’assenza della figura paterna stabile e di quella materna conciliatrice, con la maturità di riempire ogni vuoto patito e ogni torto subìto.
Anche in un set che imita la casa ormai svuotata e neutralizzata da vita, colori, dolori e morte. Perché quando manca l’elaborazione di un trauma, per Joachim Trier non resta che l’uso dell’immagine per fissarne l’esistenza. Il cinema da solo non guarisce, al massimo produce uno splendido dispositivo per rendere visibili le ferite di ognun* di noi. E invita chi lo guarda a ricucirle, al ritorno a casa.


<3