MARTY SUPREME
Correre per non scomparire: il sogno americano come stato d’ansia permanente nell'esordio solista di Josh Safdie. Con uno strepitoso Timothée Chalamet.
Il sogno americano è stato a lungo raccontato come una promessa di emancipazione individuale, ma la critica socialista classica e contemporanea ne ha messo in luce soprattutto la funzione ideologica. Karl Marx aveva già intuito come il capitalismo non si limiti a organizzare la produzione, ma lavori in profondità sull’immaginario, modellando desideri e aspettative. Mark Fisher, più recentemente, ha descritto questa interiorizzazione come una trappola mentale, capace di trasformare ogni insuccesso in una colpa personale. In questo orizzonte, nascere nella classe sbagliata non è un problema politico, ma una sfida con sé stessi, da superare in solitudine.
Marty Supreme di Josh Safdie si colloca interamente dentro questa contraddizione. Il film non smonta il sogno americano dall’esterno, ma lo attraversa come un fiume in piena, seguendo la parabola di un ragazzo qualunque che rifiuta il destino di venditore di scarpe e decide di credere ostinatamente nel suo talento. Marty Mauser non è un ribelle, né un rivoluzionario: vuole solo vincere nel tennis da tavolo e dimostrare al mondo di valere più della vita che gli è stata concessa. Eppure, lungo questa parabola, emerge con chiarezza che nel mondo capitalista talento, sacrificio e perseveranza non bastano. Per farcela serve soprattutto una componente negativa: la capacità di imporsi, di mentire, di riscrivere costantemente il racconto di sé.
In questo senso, il percorso di Marty dialoga apertamente con quello raccontato in The Apprentice di Ali Abbasi. Come il giovane Trump, anche Marty comprende che il successo non è solo un obiettivo da raggiungere, ma soprattutto una narrazione da costruire. La realtà può essere negata, aggirata, piegata, purché il racconto finale lo veda vincente. La differenza decisiva tra il giovane Trump e Marty sta nella classe di provenienza: Marty sgomita e sbraita dai bassifondi chiassosi di New York e Josh Safdie sfrutta questa immensa distanza dal vertice per rendere l’ascesa del ragazzo ancora più tortuosa e difficile. Il giovane Marty non è vittima degli eventi, né un mostro amorale, ma è il prodotto coerente di un sistema malato che vende sogni a chiunque, ma insegna, nemmeno troppo implicitamente che per raggiungerli bisogna imparare presto a imitare i comportamenti di chi detiene il potere.
Questa ambiguità attraversa tutto il film e investe anche coloro che ruotano intorno al protagonista. Amici, parenti, amanti, criminali e milionari sono tutti impegnati in una continua ridefinizione del loro personaggio, pronti a trasformarsi in base alle contingenze. Safdie non costruisce un mondo popolato da individui corrotti, ma una società in cui la manipolazione è diventata un linguaggio naturale e condiviso, quasi una competenza necessaria alla sopraffazione per alcuni e alla sopravvivenza per altri.
Dal punto di vista formale, Marty Supreme sublima il cinema nevrotico di Josh (e Benny) Safdie. Il ritmo è serrato per tutti i 150 minuti grazie a un montaggio attraversato da accelerazioni improvvise che restituiscono la sensazione di una vita vissuta costantemente al limite. È un cinema dell’urgenza, in cui fermarsi equivale a perdere terreno e occasioni. Il riferimento a Uncut Gems è inevitabile: anche lì i fratelli Safdie costruivano un vero e proprio capolavoro d’ansia fondato sulla pressione continua e su scelte sbagliate di un altro ebreo newyorkese con il vizio della truffa. In Marty Supreme, quella stessa tensione viene riorganizzata in una forma forse meno claustrofobica e con uno sguardo aperto verso il cinema dei maestri Spielberg e Scorsese, capace di tenere insieme più racconti, personaggi e contesto storico.
Timothée Chalamet è l’epicentro di questo terremoto cinematografico. Sempre in movimento, sempre in tensione, il suo Marty sembra incapace di abitare la quiete senza percepirla come una minaccia: è un corpo addestrato alla nevrosi e alla prestazione perpetua, all’idea che fermarsi equivalga a scomparire, a essere dimenticato, a essere sostituito. Non è solo una condizione individuale ma una postura storica, quella di una working class che, allora come oggi, non dispone mai davvero del tempo sufficiente per il riposo e la serenità esistenziale.
Anche la scelta di una colonna sonora anacronistica, che guarda agli anni Ottanta pur raccontando gli Stati Uniti dei primi anni Cinquanta, contribuisce a creare un cortocircuito temporale che arricchisce il film di ulteriori implicazioni sociali: il boom economico e l’edonismo neoliberale dialogano a distanza, suggerendo una continuità ideologica più che una frattura storica. Il passato non appare come un’epoca lontana dall’oggi, ma come il luogo in cui certe logiche erano già pienamente operative.
Il match del pre-finale contro il campione giapponese Koto Endo non chiude il film solo una sfida sportiva, ma uno scontro simbolico tra due visioni del mondo. Da una parte Marty, prodotto di un capitalismo aggressivo, ossessionato dall’auto-promozione di sé e disposto all’umiliazione e alla negazione della verità. Dall’altra Endo, portatore di un’idea dello sport più elegante e disciplinata, figlia di un Giappone sconfitto dalla guerra ma deciso a ricostruire la propria identità anche attraverso una dimensione etica della competizione. Non è un caso che questo confronto catartico arrivi alla fine: è il momento in cui il film chiede allo spettatore di interrogarsi sul valore della merce rincorsa da Marty per tutto quel tempo, la vittoria.
È grazie alla capacità di tenere insieme racconto di formazione individuale, critica sociale e rigore formale che Marty Supreme può già aspirare allo status di classico contemporaneo. Josh Safdie dirige un film denso e nervoso, profondamente americano ma attraversato da una tensione universale: un cinema che parla anche di noi, perché nelle mortificazioni, nei dolori, nei fallimenti e nelle brevi, entusiasmanti epifanie di Marty Mauser si riflette un’esperienza condivisibile di desiderio, frustrazione e arroganza.
Tutto sommato, Marty ha ben poco di Supreme: il suo soprannome è buono giusto per le palline da ping pong personalizzate, ennesimo dispositivo per trasformare l’identità in un brand da vendere al miglior offerente. È nello scarto continuo tra un sé che proietta nel mondo un’ombra più grande del suo gracile corpo e il costante, brutale ritorno alla realtà e al terrore di fallire, che il film smaschera l’american dream, mito selettivo che promette riscatto ma distribuisce sofferenza al 99% della popolazione del pianeta.

