DRACULA
Il genio di Radu Jude riporta in Romania la figura del vampiro per demolirla in tre ore di assurdità, violenza e satira sociale.
Ci sono autori che attraversano gli oceani del contemporaneo cercando di elevarlo, filtrando la realtà e flirtando con un’estetica della compostezza e della rassicurazione, per proteggere lo spettatore dal caos, dal male, dal brutto. E poi c’è Radu Jude, che osserva il presente, attiva la videocamera del suo iPhone, esce per strada e lo filma per come effettivamente si presenta: un accumulo osceno di immagini, di strutture di dominio culturale, di corpi oggettificati e smembrati dai social media.
Dracula è probabilmente il suo film più radicale proprio perché è anche il suo film più stupido. O meglio: apparentemente stupido. Dentro un caos controllato di clonazioni, deformazioni artificiali, sfruttamenti, citazioni e volgarità, Jude costruisce una lucida riflessione sulla trasformazione del vampiro in merce globale e sul modo in cui il capitalismo ha usurpato e impalato l’immagine del principe transilvano.
I Dracula di Jude (perché il film è sostanzialmente un Frankenstein di segmenti cinematografici girati con diversi personaggi e in diverse epoche, ricuciti maldestramente da un regista-voce narrante con un chatbot) non somigliano mai al mostro aristocratico e decadente reso immortale da Bram Stoker nel suo melodramma gotico del 1897. Sono invece degli aborti cronenberghiani generati con l’AI, dei reietti, degli impostori, dei falliti o delle maschere dell’assurdo, riportati in vita nella società rumena reale e digitale, nei ristoranti turistici di infimo livello, nelle rappresentazioni kitsch per turisti, nei video di Only Fans e nei corpi sottopagati di attori e attrici costretti a sessualizzare il mito per guadagnare un pugno di euro.
Attraverso continui rimandi a sesso, peni animati e piantagioni di dildo, Jude costruisce una nuova narrazione psicosessuale del vampiro: dimentichiamo l’elegante predatore che seduce, sfiora, ipnotizza, ma non consuma mai davvero l’atto sessuale e sostituisce la penetrazione con il morso, a sublimare l’ideale erotico della borghesia ottocentesca. Radu Jude distrugge questa dimensione simbolica e riporta in vita il non-morto in corpi oscenamente sessualizzati, arrapati, opportunisti, quindi compiutamente umani. È il passaggio definitivo dal vampiro come figura dell’inconscio letterario al vampiro come consumatore e prodotto consumabile dal pubblico pagante in cerca di selfie ed emozioni a buon mercato.
In una deriva squisitamente marxista, uno dei vampiri più iconici del film non è solo un simbolo del capitalismo: è il capitalismo stesso. Nel momento in cui il conte diventa un CEO, sfrutta i lavoratori e reprime il loro tentativo di organizzazione sindacale, il film abbandona i toni della farsa delirante e si trasforma in satira politica, ricostruendo una strage di lavoratori avvenuta realmente in Romania nel 1933. E tra bordate contro Trump, Musk e Ceausescu, battute sull’avidità di Charlie Chaplin e saluti nazisti esibiti da un robot molto simile a C-3PO di Star Wars, arriva puntuale la famosa citazione da Il Capitale di Karl Marx come chiave teorica e centrale dell’intera operazione di Jude: “Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo, e più vive quanto più ne succhia”.
Per il regista rumeno, Dracula è l’Occidente che succhia il plusvalore dalla forza-lavoro e dal folklore dell’Est europeo, è l’industria culturale che estrae profitto dall’immaginario popolare fino a distorcerlo completamente. Uno dei bersagli più esilaranti del film è proprio il vampiro hollywoodiano: Radu Jude demolisce l’estetica romantica e sensuale del film del 1992 di Francis Ford Coppola, ricostruendola attraverso immagini AI orribili, deformi, posticce, volutamente ripugnanti e follemente esilaranti. In fondo lo stesso Stoker aveva già operato una forma di distorsione iconografica: il principe Vlad Tepes di Valacchia diventa il conte Dracula solo nel momento in cui viene reinventato per il pubblico anglofono. Jude allora compie un gesto opposto, riportando Dracula a casa. Ma quella casa ormai è devastata dalla struttura economica dominante della Romania post-comunista e ogni emanazione del povero vampiro è condannata a soccombere sotto la colonizzazione della sua immagine e del suo corpo.
L’elemento straordinario di questo film è la capacità di Radu Jude di connettere e far dialogare estremismi stilistici senza mai scadere nel demenziale fine a sé stesso o nello sterile avanguardismo. Il suo cinema continua a essere sporco, osceno, slapstick, volutamente irritante, eppure ogni scelta apparentemente brutta è pensata e prodotta per costruire un senso, per fare dell’eccesso visivo e della deformazione dell’icona una precisa strategia critica, capace di restituire allo spettatore una figura degradata, mercificata e ormai irreversibilmente contaminata dall’immaginario contemporaneo.
Quando Jude gira male, gira male con una consapevolezza estetica infinitamente superiore a quella di molti registi che cercano ossessivamente l’immagine profonda, manierista, festivaliera. E invece, per quasi 3 ore Jude ci ingozza di creature AI, di effetti speciali dozzinali, di scenografie teatrali di cartongesso, di recitazione posticcia, usando il linguaggio stesso del tardo capitalismo e del mondo fuori dai festival di cinema, per restituire al pubblico uno sguardo popolare (e quindi compiutamente folklorico) senza filtri e soprattutto senza paracadute morali.
E dentro questo folle caleidoscopio del ridicolo e del triviale che il segmento ambientato nella Romania comunista degli anni Cinquanta produce un effetto straniante potentissimo. Jude abbandona improvvisamente il bombardamento pacchiano e torna a girare con una forma più classica e rigorosa. Paradossalmente quelle scene finiscono per generare un’immediata nostalgia per le volgarità da poco messe in stand-by. Come se il film volesse anche suggerire che persino il cinema stesso, oggi, è stato definitivamente divorato dalla logica della mercificazione compulsiva delle immagini e del compromesso al ribasso con altri linguaggi.
Il cinema di Radu Jude non è più nemmeno catalogabile come postmoderno, è un cinema-mondo contaminato dal trash, dal meme, dall’intelligenza artificiale, dalla pornografia del capitalismo digitale. Un cinema che riesce contemporaneamente a essere teorico e bassissimo, marxista e cretino, cinefilo e osceno.
Radu Jude è uno dei più grandi cineasti contemporanei. E gli altri, per citare i suoi Dracula generati con l’AI, possono tranquillamente succhiargli il cazzo.

