DISCLOSURE DAY
Steven Spielberg gira un sci-fi thriller in cui ritorna a usare gli alieni per parlare di quanto questa umanità sia alienata.
SBAM! SBAM! SBAM!
Un lottatore di wrestling, ripreso dal basso, colpisce violentemente il terreno con i piedi. Sembra stia prendendo a calci l’obiettivo della telecamera. Solo dopo qualche istante di stordimento, si comprende che quella è la soggettiva del suo avversario sul ring.
Nei primissimi frame di Disclosure Day, il nuovo film di Steven Spielberg, la visione dello spettatore coincide con quella del lottatore a terra. È una scelta registica iniziale apparentemente inutile, ma indicativa dell’impianto teorico del resto del film.
La costruzione contemporanea di contenuti audiovisivi, cinema compreso, sta restringendo contemporaneamente sia la fruizione che la prospettiva. La fruizione, perché le immagini vengono consumate sempre più attraverso device personali, che siano smartphone, computer o giganteschi televisori domestici. E la prospettiva, perché la società tardo-capitalista incoraggia la personalizzazione costante dell’esperienza, sia essa vissuta, prodotta o osservata.
Ogni individuo diventa creatore di immagini, possiede un dispositivo, un pubblico di riferimento da osservare e dal quale essere osservato. La contemporaneità ha trasformato tutti in spettatori, protagonisti e produttori di contenuti.
La soggettiva iniziale di Disclosure Day sembra allora partire proprio da questa condizione: colloca lo sguardo al centro dell’immagine per poi sottrargli immediatamente quella centralità. Perché Spielberg, in realtà, non farà altro che demolire gradualmente l’idea che il mondo possa essere raccontato (e salvato) a partire dal singolo.
Non è nemmeno un caso che la prima mezz’ora di film sia disseminata di specchi, vetri, schermi trasparenti. I volti dei protagonisti vengono continuamente attraversati da altre immagini che li analizzano, li contaminano e li imprigionano. Spielberg costruisce una tensione claustrofobica con l’ausilio di superfici apparentemente fragili, di spazi invisibili ma presenti. Evidenzia come la tecnologia, asservita alle strutture di oppressione e di controllo, possiede la rappresentazione esclusiva delle immagini e interferisce con la loro verità, ne preclude il disvelamento e stabilisce ciò che può essere realmente visto e ciò che deve rimanere indistinto, se non invisibile.
In questo irrequieto panopticon di connessioni immateriali e materiali secretati, all’essere umano non resta che una fuga verso la sua liberazione. Prima verso la natura, in uno spazio ancora non totalmente tracciabile. Poi verso gli altri, in una comunità di persone che sceglie di credere nello smantellamento dell’esistente e di sperare che un altro mondo sia possibile.
E un altro mondo non è soltanto possibile: è reale. Esiste oltre la percezione del nostro orizzonte. Forse tra le stelle, sicuramente su questo pianeta in fiamme. Ma gli extraterrestri, anche questa volta, non sono davvero il centro della rivelazione che dà il titolo al film. Perché il vero oggetto alieno è quella dimensione fantastica, ma sommersa diecimila leghe sotto il male, dove esiste ancora la possibilità di avere fede nella verità in un’epoca che ha fatto dell’artificio il suo prodotto più venduto.
Così, nel finale di Disclosure Day, anche i cattivi alzano le mani di fronte a una forza superiore. L’umanità stessa l’accoglie e l’ascolta grazie alla tecnologia liberata (e alla solita fede incrollabile di Spielberg nell’etica giornalistica), veicolo di un messaggio universale in grado di mettere in stand by l’imminente terza guerra mondiale.
Non siamo soli. Non sei solo.
Chiaramente un film del genere, anacronistico nel merito e difforme da certi standard nel metodo, urla un “ok boomer” grande come una casa. Spielberg, a quasi 80 anni e dopo mezzo secolo di favole cinematografiche sull’impossibile che diventa realtà, continua ostinatamente a credere in qualcosa che una società nichilista e disillusa considera ormai fuori tempo massimo.
In un presente che mira a produrre solo consumatori, spettatori, conflitti e isolamento, un film pacifista, utopico e molto ingenuo che non chiede di prevalere sull’altro (come nel primo frame), ma di tornare ad avere fiducia negli altri (come nell’ultimo) può essere visto come banale. Ma Spielberg ci chiede di fare uno sforzo in più, anche al cinema: vedere, ma soprattutto reimparare ad ascoltare.
Sarebbe un piccolo passo per l’uomo, ma un grande balzo per l’umanità.

