CIME TEMPESTOSE
Finalmente in sala il provocatorio adattamento cinematografico di Emerald Fennell, dove il desiderio esplode in un tripudio di estetica e ossessione psicosessuale.
Nello Yorkshire del 1847 non era solo sconveniente parlare di sesso: era letteralmente impossibile. Figlia di un curato, immersa nella morale anglicana e nello spirito vittoriano, Emily Brontë poteva sublimare il suo tormento raccontando la potenza della natura, ma non aveva diritto di esplorare le pulsioni che le ardevano dentro. Nel suo unico romanzo, Cime Tempestose, l’erotismo è quindi destinato a restare fuori campo, rimosso, trasformato in vento, brughiera e tempesta.
Il film di Emerald Fennell compie allora un atto d’amore nei confronti di Emily Brontë attraverso un tradimento necessario, liberando l’incredibile tensione che le pagine del libro potevano solo suggerire.
Accade fin dal potentissimo incipit, dove una folla è eccitata da un corpo in agonia. Un godimento collettivo perfettamente legittimo in una società che tollerava e incoraggiava la violenza pubblica, ma reprimeva il piacere privato. È da questa ipocrisia sociale che inizia l’odissea psicosessuale dei protagonisti.
Finalmente scopano come conigli
Se nel romanzo è centrale una castrazione simbolica di sentimenti, identità e relazioni sociali, nel film di Fennell Catherine e Heathcliff finalmente scopano come conigli. Il loro risveglio sessuale stabilisce un risarcimento carnale dopo quasi due secoli di attesa, ma anche una restituzione di vita a due corpi canonizzati come anime in pena destinate all’eterna sofferenza.
Su questo piano narrativo la regia di Fennell lavora per traslazione, esattamente come Brontë faceva attraverso la natura. L’amplesso non viene mai mostrato in modo esplicito, compromesso inevitabile con Hollywood, ma il desiderio è trasferito ovunque. Animali, muri, cibo, superfici: tutto diventa dispositivo erotico. In questa ecologia materica e rurale i tessuti occupano un ruolo cruciale, perché funzionano come strumenti di costrizione sociale: stringono, avvolgono, separano, disciplinano i corpi. Un sacco di juta sulla testa di un condannato a morte, un velo da sposa e una veletta funeraria, un lenzuolo di raso non sono semplici scelte estetizzanti, ma superfici su cui lo sguardo e il desiderio irrimediabilmente si infrangono.
Le donne come soggetti del desiderio
L’infedeltà di Fennell al testo di Brontë non passa solo attraverso il godimento, ma si manifesta soprattutto nella redistribuzione dell’agency femminile. Nelly non è più solo la narratrice-testimone: diventa corpo desiderante e frustrato. La sua invidia verso Catherine assume una connotazione ambigua che il film suggerisce ma non esplicita, mescolando attrazione, risentimento di classe e un profondo desiderio di essere vista e amata.
Isabella nel romanzo ama Heathcliff nonostante la sua brutalità. Nel film sembra attratta soprattutto da quella brutalità. Da vittima passiva a soggetto consenziente e libero di lasciar esplodere una perversione fino ad allora confinata in una casa di bambola color pastello o illustrata in un diario pieno di inconsapevoli allusioni sessuali. Anch’essa corpo che rivendica il diritto di desiderare l’abominio che la morale dell’epoca rigetta.
Il cinema violentemente politico di Emerald Fennell
Provocatorio e squisitamente kitsch, questo Cime Tempestose è un tassello coerente del percorso artistico di Emerald Fennell. Con Promising young woman aveva trasformato la revenge story in un dispositivo di smascheramento del patriarcato, triggerando migliaia di uomini incapaci di riconoscersi come parte del problema. In Saltburn aveva giocato con necrofilia, nudità e vendetta di classe in un eat the rich movie dai chiari intenti satirici.
Ma sotto i sospiri e i corsetti del melodramma in costume, ribolle lo stesso obiettivo: emancipare ogni sentimento di rivalsa dalle sue forme accettabili, mostrarne le derive più sgradevoli, rivelando ancora una volta la dimensione socio-politica del conflitto verso un sistema di valori solo all’apparenza impenetrabile.
Per questo risultano poco convincenti le accuse di inaccettabile tradimento rivolte a questa riscrittura iconoclasta di Emily Brontë. Un oggetto artistico non è una reliquia, ma un organismo vivente. Ogni nuova interpretazione può forse incrinare il canone, ma non potrà mai distruggerlo. Tutt’altro: uno sguardo altro ne scruta le superfici da diverse angolazioni, gli gira intorno, lo esamina per estrarne nuova linfa, animandolo di tensioni inedite, aprendolo a linguaggi e suggestioni del contemporaneo. La cultura condivisa progredisce proprio attraverso queste frizioni, riempiendo il nostro immaginario di domande, inquietudini e possibilità di riconoscerci oggi in ciò che fu e che in ogni caso resterà immortale.
Questa è la lingua dell’oppressore, ma ne ho bisogno per parlarti
In questo senso, il prodotto di Emerald Fennell (che il libro lo ha studiato per anni) sembra svilupparsi attorno alla citazione che bell hooks riprende dalla poetessa Adrienne Rich: «Questa è la lingua dell’oppressore, ma ne ho bisogno per parlarti». Così il dramma di Cime Tempestose viene estetizzato con una resa visiva volutamente pacchiana e puntellato di opere da museo di arte moderna, colori primari sgargianti e ballate hyperpop by Charli XCX. La lingua di Hollywood incontra la voce di Brontë ed entrambe vengono rimodulate con intelligenza, calibrando forma e sostanza sul gusto delle nuove generazioni (e su quello della Emerald adolescente).
È nella tensione tra il rispetto dello spirito del libro e la sua vivida metamorfosi nelle immagini sul grande schermo, che risiede la forza di questo adattamento di Cime Tempestose. Da laureata in letteratura inglese e regista consapevole dei cambiamenti sociali e cognitivi nella società della distrazione, Fennell produce una versione accessibile della storia (come fece Sofia Coppola con la vita di Marie Antoinette) per parlare a chi non conosce il libro, con buona pace dell’esercito di fan già da tempo sul piede di guerra.
Ma parla anche, intimamente, a Emily Brontë stessa, sussurrando attraverso il tempo che il desiderio non deve più nascondersi nel vento della brughiera. Che i corpi possono finalmente toccarsi, sporcarsi, amarsi senza vergogna. E che oggi il cinema, con la sua potenza visiva, può incarnare l’invisibile in immagini capaci di penetrare lo sguardo e tutto quello che c’è dietro.

